Io amo l’Italia, Leonard Freed tra ironia e neorealismo

Leonard Freed - Sicilia, 1975

Io amo l’Italia. Potrebbe sembrare uno slogan di berlusconiana memoria, uno spot elettorale. Invece è il titolo della mostra di Leonard Freed, esposta alle Fondazione Stelline di Milano fino all’8 gennaio. Cento foto, rigorosamente in bianco e nero, attraverso cinquant’anni del nostro Paese. C’è sempre un grosso rischio con questo tipo di mostre: cadere nello stereotipo. Soprattutto se chi scatta è uno straniero. Ma Freed è un fuoriclasse, troppo bravo per scivolare nel tranello.

Leonard Freed - Firenze, 1958

Nato a Brooklyn da una famiglia di operai ebrei, cresciuto a Little Italy. Si innamora dei costumi e della quotidianità della comunità italo-americana. E inizia a viaggiare. L’Italia lo attrae come una calamita. Roma, Napoli, Firenze,la Sicilia. I suoi scatti degli anni 50 sono un affresco di ciò che eravamo. Immagini debitrici del neorealismo. Pescatori che sembrano usciti da La terra trema di Luchino Visconti, bambini coi pantaloni sudici che ricordano L’oro di Napoli di Vittorio De Sica, preti che si lanciano palle di neve in Piazza San Pietro, vere facce della Roma felliniana.

Leonard Freed - Napoli, 1956

Freed, che nel 1972 entrò a far parte della mitica agenzia Magnum, continuò a visitare l’Italia. Saprà coglierne i cambiamenti, la spontaneità, i rituali. Sarà una storia d’amore, come lui stesso l’ha definita. Le fotografie più recenti sono altrettanto meravigliose. Freed dà l’impressione di essere sempre nel posto giusto al momento giusto. Maestro dell’ironia, del paradosso, delle smorfie. Paragonabile in questo solo all’irraggiungibile Elliott Erwitt o agli scatti parigini di Cartier Bresson. Ecco, se siete una maestra elementare o un giovane genitore e volete insegnare a un bambino di sei anni qualcosa del proprio Paese, portatelo a vedere questa mostra. Riderà, si stupirà, farà domande. Forse, addirittura, se ne innamorerà.

 

IO AMO L’ITALIA – Leonard Freed

Fondazione Stelline, Corso Magenta 61 – Milano

Fino all’8 gennaio 2012   

Mar-dom 10-20 (chiuso lunedì) 

Ingresso: intero 6 euro – ridotto 4,50 – scuole 3

Annunci
Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Gli occhi della guerra. L’orrore in mostra a Milano

Madre e figlio in Kashmir

Milano, 7 dicembre di un anno qualsiasi. Centro storico blindatissimo, la prima assoluta alla Scala, tutti presenti da Napolitano a Pato. L’alta società in vetrina, il ceto medio assiepato alle transenne, i precari urlano contro il sistema. Ma giusto qualche strada più in là c’è qualcosa di speciale. E lo sappiamo solo io e una ragazza con un cappotto rosso. È la mostra “Gli occhi della guerra”, allestita nel giardino di Palazzo Isimbardi. Fotografie e storie. Grandi pannelli ospitano 93 immagini. Gli ultimi 25 anni di guerre sono tutti qui. C’è Massoud coi suoi mujaheddin nelle gole afghane. Ci sono bambini-soldato nel Congo. C’è Sniper Alley, il viale dei cecchini di Sarajevo dove sparavano su qualsiasi cosa si muovesse.

Il comandante Massoud, Afghanistan

L’orrore, quello del monologo di Kurtz-Marlon Brando, si può respirare gratis. Nel centro di Milano. Foto e testi di questa bella esposizione sono rigorosamente “made in Italy”, con una forte componente triestina. Fausto Biloslavo, Almerigo Grilz, Gian Micalessin. Tre amici fotoreporter, che queste guerre le hanno viste e raccontate da dentro. Fuoriclasse del mestiere, semi-sconosciuti in Italia, i loro lavori sono stati trasmessi dalle tv di tutto il mondo. Biloslavo è l’ultimo giornalista italiano ad aver intervistato Gheddafi. Grilz, per essersi avvicinato troppo, è morto in Mozambico. Scrisse poco prima: “Mi sporgo per filmarli. Occorre stare appiattiti a terra perché le pallottole fischiano. Alzare la testa può essere fatale”. Morì proprio così, colpito da un proiettile.

Gli occhi della guerra

Le foto sono piccoli gioielli, un po’ caotiche nella disposizione forse. Frammenti. Schegge. A volte leggendo un nome ricordo un morto. Fabio Polenghi, ad esempio, è stato ucciso lo scorso anno a Bangkok mentre documentava l’assalto finale dell’esercito all’accampamento delle Camicie rosse. Raffaele Ciriello, invece, perse la vita a Ramallah, nella Palestina fratricida della Seconda Intifada. Eppure le loro foto sono qui, lontane pochi metri da modelle con tacchi vertiginosi, che passeggiano nel traffico ignare di tutto. Ci siamo solo io e la ragazza bionda col cappotto rosso. Unici due visitatori. Lei mi guarda, io la guardo. Forse mi innamoro. Rimango a leggere una frase di Biloslavo: “Non saprai mai cos’è la guerra se non la guardi in faccia”. La ragazza nel mentre è andata via. Sparisce nel traffico di corso Monforte. Qualcuno suona il clacson, nervosamente.

Gli occhi della guerra – Palazzo Isimbardi, Cortile d’Onore                                                     Corso Monforte 35, Milano                                                                                                        Orari: lunedì – venerdì 10.00-18.30 / festivi 10.00-18.00. Chiuso il 9 dicembre       Ingresso libero

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 1 commento

Storia di un amore: Man Ray e le 50 facce della sua Juliet

Man Ray è stato per la fotografia quello che Goya è stato per l’arte, Jimi Hendrix per la musica e George Best per il calcio. Un innovatore. Artista poliedrico, visionario, inventore, avanguardista. Amico di Duchamp e Stieglitz, dadaista della prima ora. Man Ray era anche un seduttore incallito. Le sue innumerevoli amanti sono state spesso sue muse, ispiratrici di lampi di genialità.

Nel 1940 conosce Juliet Browner, modella newyorkese. Si sposeranno qualche anno dopo e sarà un sodalizio umano e artistico con pochi eguali. Trent’anni insieme. Ora una mostra (The fifty faces of Juliet) raccoglie 50 fotografie del periodo 1941/55. Ritratti che sono arte ma soprattutto raccontano un amore. Onore a Giorgio Marconi, non a caso uno dei più grandi mecenati e collezionisti italiani, che ha comprato e reso organiche queste immagini. Vintage print, scala 1:1 e tiratura di 1000 esemplari per ogni scatto.

Sarebbe fuorviante parlare di ritratti. Tornano in mente gli Esercizi di stile  di Queneau, in cui la stessa storia raccontata con parole diverse assume una connotazione propria, differente. Juliet è sempre al centro dell’immagine, ma in 50 modi totalmente diversi. Mutevole nella sua unicità. Man Ray era un fenomeno della sperimentazione, cambiava tecnica in continuazione “non per essere originale, ma per esprimere qualcosa”. Talvolta ci sono ritocchi col technicolor, altre volte con pastelli. Variazioni sul tema, con un’eleganza sempre attuale, ineguagliabile.

THE FIFTY FACES  OF JULIET – MAN RAY

Fondazione Marconi, via Tadino 15

lun/ven 10.30/12.30 – 15.30/19

fino al 29 luglio

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Borges e Pasolini, visioni e fotografie da un’altra epoca

P.P.P fotografato da Pedriali

Questa è un’operazione senza senso, criticabile come minimo. Paragonare Borges e Pasolini solo perché sono i due più grandi intellettuali del dopoguerra ed entrambi sono protagonisti di mostre fotografiche che li riguardano. Ma proprio come un cane rabbioso che si aggrappa all’ultimo ossicino, porterò avanti questo impossibile parallelo.

Le mostre, innanzitutto. I ritratti di Pasolini sono opera di Dino Pedriali, un giovane fotografo romano, amico intimo del Maestro friulano. Pedriali era inconsapevole che i suoi scatti sarebbero stati gli ultimi di Pasolini in vita. Quell’Alfa decapottabile che ricorre in molte foto è la stessa che avrebbe condotto lo scrittore al suo tragico epilogo a Ostia. Le altre immagini sono piccoli frammenti della quotidianità pasoliniana, tra la sua macchina da scrivere Olivetti22 e la passione per la pittura. Infine, scene costruite a tavolino, lo scrittore nudo mentre legge, spiato esternamente delle vetrate della sua villa a Torre di Chia. Dovevano essere le immagini di Petrolio, l’ultima fatica letteraria, incompleta e pubblicata postuma.

Pasolini a Sabaudia

Se Pasolini sembra un uomo solo e quasi consapevole della sua fine, le fotografie di Borges sono un inno alla vita e (mi vergogno di dirlo) all’amore. I viaggi per il mondo, con la giovane moglie Maria Kodama, anche qui saranno usati per l’ultima opera del genio argentino, Atlante (Atlas). Proprio questa settimana in un bell’articolo di Marco Cicala sul Venerdì di Repubblica, vengono svelati aneddoti impareggiabili su Borges. Come l’incontro con Mick Jagger, ma questa è un’altra storia.

Le visioni di Borges, quasi cieco. Le profezie di Pasolini, quasi morto. Sono due modi diversi di mostrare la propria intimità. Sono due mostre che, tralasciando valutazioni estetiche, fanno riflettere sulla pochezza letteraria attuale. Sospiri (di invidia) per i tempi che furono.

Borges con Maria Kodama

PASOLINI RITRATTO DA PEDRIALI: Triennale di Milano, Viale Alemagna 6 orario: martedì – domenica, 10:30 – 20:30; giovedì e venerdì, 10:30 – 23:00

L’ATLANTE DI BORGES
Palazzo Sormani – Sala del Grechetto
Via Francesco Sforza, 7 – Milano
Fino al 29 luglio – orari: dal lunedì al venerdì 14 – 19
sabato 9 -13; domenica chiuso
ingresso libero

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Growth Prix Pictet, il pianeta storpio che non vediamo

Ingordi. Siamo cresciuti troppo, troppo in fretta. Spaventatevi di quello che abbiamo creato, guardando queste fotografie. Il Prix Pictet è un premio internazionale nato nel 2008 grazie a un intuizione del Financial Times. L’idea è quella di testimoniare un tema di cui tutti si riempiono la bocca a sproposito: lo sviluppo sostenibile.

Quest’anno il tema era la crescita (growth). Abbiamo solo vaghe sensazioni, numeri e percentuali, buttati in mezzo al marasma del flusso informativo. Ma una fotografia ha il potere di rendere reale quelle cifre. Guardate la fotografia di Michael Wolf. Sembra Blade Runner, invece è Hong Kong. Alienante ammasso di cemento, schiacciante susseguirsi di balconi e finestre. Difficile capacitarsi che esseri umani possano vivere in un simile scenario.

Michael Wolf - Hong Kong

Hanno partecipato 500 fotografi, 12 sono i finalisti. Ha vinto Mitch Epstein con il suo lavoro American Power, spaventosa manifestazione di grandezza del gigante statunitense, centrali elettriche addobbate da enormi Stars and Stripes. E davanti al muro di cinta, piccoli alberelli verdissimi, finti, provenienti da un film lisergico di Tim Burton. Il Presidente onorario del premio, Kofi Annan, si chiedeva se il nostro pianeta riuscirà a sostenere questi cambiamenti radicali. Ecco, queste immagini valgono più della palla di vetro o delle profezie di Nostradamus.

American Power - Mitch Epstein

GROWTH PRIX PICTET
Galleria Carla Sozzani – Corso Como 10, Milano
Fino al 31 luglio – orari: mar, ven, sab e dom, ore 10.30 – 19.30
mer e gio: ore 10.30 – 21.00
lun: ore 15.30 – 19.30
ingresso libero

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Anne & Eve, madre e figlia nel mondo delle fiabe

Cat Stevens, in quel gioiellino di canzone che è “Father and son“, raccontava il rapporto tra un padre e suo figlio. Il giovane era insicuro, il genitore gli dava i suoi consigli per stare al mondo. La fotografa Viktoria Sorochinski ha provato a ricreare per immagini qualcosa di simile, girando la storia al femminile. Anne e Eve, madre e figlia, sono due immigrate russe in Canada, come la fotografa. Che inizia a ritrarle nel 2005 e ha proseguito fino allo scorso anno.

Un’evoluzione lunga cinque anni, con le protagoniste inserite in un fittizio mondo surreale e fiabesco. Gli scatti sono volutamente costruiti, ma a sopresa è la bimba a trovarsi più a suo agio davanti all’obiettivo. Sembra lei l’adulta della coppia. Anne, la madre, spesso ha lo sguardo timoroso, non reale, osserva la figlia quasi con riverenza. La narrazione ha il suo habitat nel mondo dell’infanzia, ma la meraviglia è negli occhi della mamma. Chi detiene il potere tra le due? Chi sta crescendo?

Niente è lasciato al caso in questa mostra. Potrebbe diventare uno studio antropologico sui nostri tempi, dove i ruoli genitori-figli spesso si capovolgono, dove le fiabe sono sogni inquietanti, dove infanzia e maternità perdono la loro connotazione stereotipica. Eve sembra un’attrice consumata, come le giovanissime ragazze che partecipano ai concorsi di bellezza. Macchine da guerra davanti a un obiettivo che le immortala, determinate e disinibite. Le fiabe di Viktoria Sorochinski sono il ritratto perfetto della perdità dell’innocenza. Non ha inventato niente, sia chiaro. Basta guardare un qualsiasi talent show dove i bambini cantano di storie d’amore, ammiccando in camera e recitando sentimenti che, con i loro 10 anni di vita, ancora non possono conoscere.

Anna & Eve, 2005-2010 – Fotografie di Viktoria Sorochinski

fino al 14 giugno 2011

Fnac Milano, via Torino ang. Via della Palla

Lun-sab: 9.30-20; domenica: 10-20

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , | 1 commento

Francesco Jodice, tra città e apocalissi

Death Valley, 2001

Difficile collocare Francesco Jodice nella categoria di “fotografo”. La trasversalità del suo percorso impedisce un’etichetta così ristretta. Lo si nota subito, aggirandosi tra le sale della Galleria Antra, dove è in scena la sua personale intitolata “I have seen this place before”. Immagini e video, frutto dell’esplorazione continua di questo artista napoletano trapiantato da anni a Milano. In bilico tra arte e geopolitica, la ricerca di Jodice è qui presentata attraverso alcuni dei suoi ultimi lavori.

Sao Paolo, 2006

Nella sala principale il progetto “What we want” (1998), indagine topografica, fotografica e artistica che esplora scenari urbani modificati. L’uomo che si (re)impossessa di ciò che aveva già costruito. Un’occupazione di ciò che già gli apparteneva. In un’altra sala viene proiettano il video The Morocco Affair, girato poco dopo gli attentati a Madrid nel 2004. Riprese a infrarossi alla periferia di Oujda, descrivono le case dei MRE (Marocains residant a l’Etranger), persone di origine marocchina che risiedono all’estero tornando arricchiti in patria.

Altra sala, altro video. Sao Paulo Citytellers ha come protagonista la città brasiliana, laboratorio e prototipo della postmodernità. Dieci mesi di lavoro in immagini, in cui si mescolano diverse storie e casi di auto-organizzazione popolare. Realtà urbana che prende vita. L’esposizione si conclude con l’inedita installazione “At the end of the world”, mix di paesaggi apocalittici e documenti posteriori al crac finanziario del 2008. Testi politici e religiosi, pubblicità, in cui è evidente l’isteria culturale, la decadenza civile in cui viviamo. L’immagine simbolo è un capodoglio che lotta con un kraken. E una bottiglietta di plastica si muove nelle profondità marine. L’uomo è assente, ha lasciato solo inutili tracce di un consumismo che l’ha portato all’estinzione.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , | 1 commento