Gli occhi della guerra. L’orrore in mostra a Milano

Madre e figlio in Kashmir

Milano, 7 dicembre di un anno qualsiasi. Centro storico blindatissimo, la prima assoluta alla Scala, tutti presenti da Napolitano a Pato. L’alta società in vetrina, il ceto medio assiepato alle transenne, i precari urlano contro il sistema. Ma giusto qualche strada più in là c’è qualcosa di speciale. E lo sappiamo solo io e una ragazza con un cappotto rosso. È la mostra “Gli occhi della guerra”, allestita nel giardino di Palazzo Isimbardi. Fotografie e storie. Grandi pannelli ospitano 93 immagini. Gli ultimi 25 anni di guerre sono tutti qui. C’è Massoud coi suoi mujaheddin nelle gole afghane. Ci sono bambini-soldato nel Congo. C’è Sniper Alley, il viale dei cecchini di Sarajevo dove sparavano su qualsiasi cosa si muovesse.

Il comandante Massoud, Afghanistan

L’orrore, quello del monologo di Kurtz-Marlon Brando, si può respirare gratis. Nel centro di Milano. Foto e testi di questa bella esposizione sono rigorosamente “made in Italy”, con una forte componente triestina. Fausto Biloslavo, Almerigo Grilz, Gian Micalessin. Tre amici fotoreporter, che queste guerre le hanno viste e raccontate da dentro. Fuoriclasse del mestiere, semi-sconosciuti in Italia, i loro lavori sono stati trasmessi dalle tv di tutto il mondo. Biloslavo è l’ultimo giornalista italiano ad aver intervistato Gheddafi. Grilz, per essersi avvicinato troppo, è morto in Mozambico. Scrisse poco prima: “Mi sporgo per filmarli. Occorre stare appiattiti a terra perché le pallottole fischiano. Alzare la testa può essere fatale”. Morì proprio così, colpito da un proiettile.

Gli occhi della guerra

Le foto sono piccoli gioielli, un po’ caotiche nella disposizione forse. Frammenti. Schegge. A volte leggendo un nome ricordo un morto. Fabio Polenghi, ad esempio, è stato ucciso lo scorso anno a Bangkok mentre documentava l’assalto finale dell’esercito all’accampamento delle Camicie rosse. Raffaele Ciriello, invece, perse la vita a Ramallah, nella Palestina fratricida della Seconda Intifada. Eppure le loro foto sono qui, lontane pochi metri da modelle con tacchi vertiginosi, che passeggiano nel traffico ignare di tutto. Ci siamo solo io e la ragazza bionda col cappotto rosso. Unici due visitatori. Lei mi guarda, io la guardo. Forse mi innamoro. Rimango a leggere una frase di Biloslavo: “Non saprai mai cos’è la guerra se non la guardi in faccia”. La ragazza nel mentre è andata via. Sparisce nel traffico di corso Monforte. Qualcuno suona il clacson, nervosamente.

Gli occhi della guerra – Palazzo Isimbardi, Cortile d’Onore                                                     Corso Monforte 35, Milano                                                                                                        Orari: lunedì – venerdì 10.00-18.30 / festivi 10.00-18.00. Chiuso il 9 dicembre       Ingresso libero

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Informazioni su Pietro Pruneddu

Nato in Sardegna, l‘isola che De Andrè consigliava “al buon Dio di darci come Paradiso”. Emigrante perenne, dopo aver letto un articolo di Mimmo Càndito espongo a mia madre la volontà di diventare un inviato di guerra. Ne ottengo in risposta urla e forse una ciabatta. L’idea però resiste. Per questo sono al Master in Giornalismo Walter Tobagi. Tra l'altro mi innamoro troppo spesso. Dell’alchimia tra la puntina del mio giradischi e un vinile dei Velvet Underground, del rumore del mare incazzato, dei reportage di guerra, della volgarità misogina di Bret Easton Ellis e Bukowski, delle fotografie di facce distrutte dalla vita, dei film in bianco e nero, di Baresi che alza il braccio per chiamare il fuorigioco, degli sguardi in metropolitana, di Pantani che scatta a ripetizione sul Ventoux, delle risate che riempiono i silenzi.
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Una risposta a Gli occhi della guerra. L’orrore in mostra a Milano

  1. Giorgio Caccamo ha detto:

    Eccellente ritorno nella blogosfera dopo mesi di silenzio. E bravo Pie.
    Ragazze col cappotto rosso, fatevi vive.
    G

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